Nuovi spazi per il nostro tempo.

Giorgio Pirrotta - La Politica

Giorgio Pirrotta - La Politica

Riporto qui parte di un testo scritto dall’Onda Anomala Genova. Vi ho trovato una visione – che io personalmente condivido – del politico come costruzione di un piano comune, di produzione di dinamiche che servano a gestire l’inter-esse, intendendo quest’ultimo come il tra, il between tra più soggetti. Politico come fonte di comunicazione, di sapere, di immagini che facciano prendere coscienza di possibilità di cambiamento (non per forza ciò che vediamo deve rimanere sempre così..), e conseguentemente anche di conflitto..Si può essere d’accordo o meno con l’analisi (in particolare quella storico-filosofica) proposta, ma credo valga la pena rifletterci un attimo, no?

“Oggi più che mai, di fronte alla maggiore crisi economica che qualsiasi uomo possa ricordare – ma potremmo dire oggi come sempre –, è necessario immaginare il cambiamento. Se è giusto focalizzare l’attenzione sul miglioramento delle condizioni di lavoro, ovvero garantirci la sopravvivenza nel capitalismo avanzato, altrettanto necessario è ragionare sulla possibilità di riaccedere ad una dimensione di vita piena, capace di creare vie di fuga collettive da un presente che ci viene dato come immutabile. Certo, è indispensabile lottare per un livello minimo garantito, ma senza una rivendicazione complessiva della vita, che è prima di tutto esigenza di felicità, che ce ne facciamo di una sopravvivenza aumentata? Per cominciare ad intuire il possibile dobbiamo però avere chiara la situazione e comprendere che cosa, quotidianamente e in vivo, ci viene sottratto.

[…]

Anche nei pochi luoghi in cui la dimensione lavorativa è ancora scandita dalla timbratura del cartellino, quando sei fuori sei ancora dentro. Qualche esempio? Dobbiamo sempre essere reperibili per telefonate di lavoro alle ore più improbabili, accendiamo il computer di casa e troviamo già due mail di colleghi che pretendono una risposta immediata, per poi finire a cena con gli amici a parlare di come risolvere problemi, ancora una volta, di lavoro.

Questi esempi illustrano non solo la pervasività del capitale, la sua capacità di giocare la potenza della forza-lavoro comunque a suo favore, ma un elemento nuovo si intravede in controluce: la cooperazione. Negli ultimi venticinque anni la cooperazione tra singoli lavoratori è diventata centrale nel sistema di produzione, fino a costituire la qualità principale del lavoro di ogni singolo. La cooperazione è la forma del lavoro di più persone che lavorano in uno stesso processo produttivo o in processi di produzione diversi ma tra loro connessi. Il valore della cooperazione non è la somma degli apporti individuali, semmai la loro moltiplicazione. Come dice Virno, se la cooperazione fosse un concetto grammaticale equivarrebbe alla preposizione tra, è cioè il frutto della relazione trans-individuale dei singoli lavoratori. Il capitalista compra le singole forza-lavoro, le paga come somma e ottiene dal processo produttivo in regalo il prodotto di una moltiplicazione; ecco come il capitalista si arricchisce a dismisura.

[…]

Ma allora come si può rivendicare la vita, quell’eccedenza, quella potenzialità che spinge verso il superamento di qualsiasi situazione preordinata?

Tutto sta a come pensare quel “tra” della cooperazione, poiché lo si può vedere come un moltiplicatore – quindi un coefficiente di produzione del capitale – oppure come uno spazio, come un interstizio, come uno spiraglio tra me e te grazie al quale, insieme, fuoriuscire dallo spettacolo capitalistico. Un interstizio connettivo, in grado appunto di collegarci alle altre singolarità – nel lavorare, nel divertirsi, nell’affrontare l’esistenza – per costruire luoghi altri. Esattamente ciò che Foucault definisce “eterotopie”, spazi per i quali accedervi significa mettere in discussione lo scorrere del tempo, che scandisce le nostre esistenze e ci è dato come “normale”. Esistono eterotopie pensate dalla società per recludere gli individui il cui comportamento devia dalla norma prestabilita: manicomi, prigioni, ospizi, ospedali. Ma esistono anche eterotopie aperte, che liberano l’immaginazione e rivelano la costrizione insita anche negli spazi in cui normalmente ci muoviamo. In uno spazio altro, il tempo delle nostre vite, fino a quel momento comandato dalle logiche della produzione e di cui quindi si nutre il capitale, si apre all’esplorazione, attraverso l’esperienza, di ciò che è possibile ai vivi, al di là di qualsiasi captazione.

[…]

Quando il desiderio è abbastanza forte si percepisce allora la necessità di cercare uno spazio fisico, per non correre il rischio che la possibilità dell’eterotopia, intravista nell’enfasi del mo(vi)mento rivoluzionario, ci sfugga dalle mani come utopia, nella sconfitta del non aver luogo.

Se nel tempo della metropoli si acquistano le conoscenze utili a formare forza-lavoro e cooperazione al servizio del processo produttivo, un’eterotopia urbana, uno spazio altro nel cuore della città, non può che sottrarre (il nostro) tempo al capitale.”

Annunci

2 Risposte

  1. Sapete che il Capitale non è un fermaporte, anzi, si può persino leggere, a volte addirittura proficuamente…

  2. Difatti sono d’accordo che certe riflessioni dello scritto pubblicato siano un po’ estemporanee – come d’altronde premesso nel post – ma credo che comunque possano essere il punto di partenza per un’analisi più approfondita, seguendo magari proprio il testo marxiano, no?

    Giulia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: